Con “dolori della crescita” si descrive un quadro comune di dolori intermittenti agli arti, soprattutto serali o notturni, in bambini che tra un episodio e l’altro stanno bene. La definizione, però, è meno uniforme di quanto suggerisca il nome.
Una scoping review pubblicata su Pediatrics ha analizzato 145 studi e ha trovato criteri diagnostici molto variabili. Solo circa metà citava il dolore agli arti inferiori, meno della metà richiedeva la comparsa serale o notturna e appena un terzo un esame clinico normale. Il 93% degli studi non faceva alcun riferimento alla crescita. [1]
Non sembrano dipendere dalla velocità di crescita
Per molto tempo si è dato per scontato che questi dolori comparissero perché le ossa crescono rapidamente. È intuitivo, ma i dati disponibili non lo confermano.
Nel 2024 un gruppo danese ha seguito 777 bambini raccogliendo ogni due settimane informazioni sui dolori muscoloscheletrici. A seconda dei criteri utilizzati, tra il 24 e il 43% dei bambini presentava un quadro compatibile con dolori della crescita. Quando gli autori hanno confrontato gli episodi dolorosi con la velocità di crescita, non hanno trovato alcuna associazione: i bambini che crescevano più rapidamente non avevano più dolori degli altri. [2]
Una meta-analisi pubblicata nel 2026, che ha raccolto 37 studi e oltre 16.000 bambini, arriva alla stessa conclusione: tra i molti fattori studiati, la crescita rapida non emerge come fattore associato. [3]
Per questo continuo a usare l’espressione “dolori della crescita”, perché è quella che tutti conoscono, ma la considero soprattutto un nome storico. Non significa che le ossa facciano male perché si stanno allungando.
Qual è allora il quadro tipico?
Più che una singola caratteristica, conta la combinazione degli elementi.
Il dolore tipico è intermittente: ci sono giorni o periodi completamente liberi. Compare soprattutto verso sera o durante la notte e al mattino il bambino torna normalmente alle sue attività. Interessa prevalentemente gli arti inferiori, spesso polpacci, tibie, cosce o la zona attorno alle ginocchia, senza che vi sia una vera articolazione gonfia o dolente.
Nello studio danese il dolore compariva più spesso da una a tre volte alla settimana e circa l’80% degli episodi interessava entrambe le gambe. Un bambino su quattro aveva anche un disturbo del sonno, mentre nella maggior parte dei casi non c’erano conseguenze durante la giornata. [2]
La bilateralità è quindi rassicurante, ma non la trasformerei in una regola assoluta. Nello stesso studio circa il 20% degli episodi compatibili era unilaterale. Un singolo episodio su una sola gamba può quindi ancora rientrare in un quadro benigno; diverso è un dolore che ritorna sempre nello stesso punto, soprattutto se diventa progressivamente più intenso.
Un elemento particolarmente utile è come sta il bambino tra gli episodi. Se al mattino corre, cammina, sale le scale e non zoppica, il quadro è più compatibile con un dolore benigno ricorrente. Una limitazione funzionale che persiste durante il giorno richiede invece un inquadramento diverso.
Perché vengono? La risposta più corretta è: non lo sappiamo ancora
Negli anni sono state proposte molte spiegazioni: maggiore attività fisica, affaticamento muscolare, ipermobilità articolare, caratteristiche dell’appoggio del piede, minor densità ossea, soglia del dolore più bassa, fattori familiari e perfino componenti psicologiche.
La meta-analisi del 2026 trova alcune associazioni interessanti. Nei bambini con dolori della crescita risultano più frequenti elevata attività fisica e ipermobilità articolare; nel complesso, l’attività fisica era associata al quadro con un odds ratio di circa 1,34. Sono stati inoltre descritti una soglia del dolore mediamente più bassa, una certa familiarità e piccole differenze nei parametri di densità ossea. [3]
Sono dati utili, ma vanno letti nel modo giusto. Un’associazione non significa che l’ipermobilità “causi” i dolori della crescita, né che un bambino attivo debba ridurre lo sport per prevenirli. Potrebbe semplicemente esserci un gruppo di bambini più sensibile agli stimoli muscoloscheletrici della giornata.
Nella pratica capita spesso che i genitori riferiscano episodi più frequenti dopo giornate particolarmente intense. Questo è plausibile e coerente con alcuni dati, ma non abbiamo ancora dimostrato un unico meccanismo.
E la vitamina D?
È probabilmente l’argomento sul quale negli ultimi anni si è creata più confusione.
Diversi vecchi studi avevano trovato livelli molto bassi di vitamina D in una grande percentuale dei bambini con dolori della crescita. In alcune coorti il dolore diminuiva dopo la supplementazione e da qui è nata l’idea che una carenza di vitamina D potesse esserne una causa. [4]
Il problema è che molti di questi studi non avevano un vero gruppo di controllo. Se la carenza di vitamina D è frequente anche nei bambini senza dolore, trovare molti valori bassi nel gruppo con “growing pains” non dimostra un rapporto causa-effetto.
Un case-control pubblicato tra il 2025 e il 2026 è particolarmente istruttivo: il 95,6% dei bambini con dolori della crescita aveva vitamina D insufficiente o carente, ma la percentuale nei controlli sani era praticamente identica, 93,3%. Inoltre il dolore migliorava nel tempo anche nei bambini con livelli sufficienti, che non avevano ricevuto supplementazione. [5]
La meta-analisi del 2026 continua a trovare, nel complesso, livelli medi di vitamina D più bassi nei bambini con dolori della crescita, ma gli stessi autori sottolineano l’eterogeneità degli studi. [3]
La vitamina D va valutata e corretta quando esiste un’indicazione clinica. I dati disponibili non giustificano dosaggio e supplementazione automatica in tutti i bambini con questo tipo di dolore.
C’è anche un’altra condizione che può assomigliargli
Un aspetto interessante emerso negli ultimi anni è la sovrapposizione con la sindrome delle gambe senza riposo, o restless legs syndrome.
In uno studio familiare su gemelli, circa un terzo dei soggetti che soddisfaceva i criteri tradizionali per i dolori della crescita presentava anche caratteristiche compatibili con una forma dolorosa di restless legs. [6] La discriminante più utile è il bisogno di muovere le gambe: il bambino descrive una sensazione spiacevole quando è fermo, sente la necessità di muoversi e il movimento gli dà sollievo.
Non è la stessa cosa del bambino che si sveglia con dolore ai polpacci e vuole essere massaggiato. È una sfumatura importante, soprattutto quando gli episodi disturbano molto il sonno o c’è familiarità per gambe senza riposo.
Una scoping review del 2025 conferma che nella letteratura i due quadri sono stati spesso poco distinti e che servono criteri diagnostici più uniformi. [7]
Quando un dolore non mi convince come “dolore della crescita”
Il fatto che il dolore compaia di notte, da solo, non è un segnale di allarme: il dolore notturno fa parte proprio della descrizione classica. Diventa meno rassicurante quando cambia il resto del quadro.
Merita una valutazione più attenta un dolore che:
- è persistente o aumenta progressivamente nel corso delle settimane;
- torna sempre nello stesso punto, soprattutto su un osso o su un’articolazione;
- è ancora presente al mattino o si accompagna a rigidità;
- provoca zoppia, limita il gioco o fa rinunciare allo sport;
- si associa a gonfiore, arrossamento, calore o riduzione del movimento di un’articolazione;
- compare insieme a febbre, stanchezza insolita, perdita di peso o altri sintomi generali;
- è associato a debolezza, alterazioni della sensibilità o altri sintomi neurologici.
Sono situazioni molto diverse tra loro e nella maggioranza dei casi non nascondono una patologia grave. Il motivo per cui è importante riconoscerle è che in questi bambini non conviene fermarsi all’etichetta “sta crescendo”.
Servono radiografie o esami del sangue?
Nel bambino con una storia molto tipica e un esame clinico normale, gli esami non sono automaticamente necessari. Questo è uno dei punti su cui la letteratura è abbastanza coerente. [8]
Ma è anche il motivo per cui, nei casi meno chiari, la visita viene prima degli esami. Non ha molto senso richiedere una serie di analisi o radiografie “per sicurezza” senza sapere cosa si sta cercando. Anamnesi ed esame obiettivo permettono invece di capire se ci troviamo davvero davanti a un pattern benigno oppure se esiste un elemento che merita un approfondimento mirato.
La valutazione non serve necessariamente a trovare una malattia o a prescrivere una terapia. In molti bambini serve proprio a confermare che il dolore abbia caratteristiche rassicuranti e a evitare controlli inutili. In altri, invece, permette di accorgersi che il dolore non rientra davvero nel quadro classico e va studiato diversamente.
Cosa si può fare quando il quadro è tipico
La terapia dei dolori della crescita è molto meno sofisticata di quanto si possa pensare, anche perché gli studi di buona qualità sono pochi.
Massaggio, calore locale e rassicurazione sono le misure utilizzate più spesso. Se il dolore è importante può essere utile un comune analgesico pediatrico, con dose e indicazione concordate con il pediatra. Non vedo invece un motivo per sospendere sistematicamente lo sport se durante il giorno il bambino è completamente asintomatico e non presenta zoppia.
Lo stretching viene spesso consigliato. Esiste un piccolo studio randomizzato, ormai storico, su 34 bambini che ha osservato una risoluzione più rapida dei sintomi nel gruppo che eseguiva stretching muscolare. [9] È un dato interessante, ma troppo piccolo e datato per trasformare lo stretching in una terapia obbligatoria per tutti.
Per lo stesso motivo non prescriverei automaticamente fisioterapia, plantari, integratori o altri trattamenti soltanto sulla base dell’etichetta “dolori della crescita”. Se durante la visita emergono retrazioni muscolari, ipermobilità marcata, alterazioni funzionali o altri elementi specifici, allora le indicazioni possono essere personalizzate.
Cosa osservare a casa
Il quadro più rassicurante è quello di un bambino con episodi intermittenti, soprattutto la sera o di notte, che tra un episodio e l’altro cammina e gioca normalmente.
Un dolore persistente, sempre localizzato nello stesso punto, associato a zoppia, limitazione durante il giorno o altri segni clinici merita invece una valutazione diversa. Il termine “dolori della crescita” non dovrebbe essere usato per spiegare automaticamente qualsiasi dolore ricorrente alle gambe.
Riferimenti
[1] O’Keeffe M, et al. Defining Growing Pains: A Scoping Review. Pediatrics. 2022;150(2):e2021052578. doi:10.1542/peds.2021-052578.
[2] Hestbæk L, Lücking A, Jensen ST. Growing pains in Danish preschool children: a descriptive study. Sci Rep. 2024;14:3956. doi:10.1038/s41598-024-54570-3.
[3] Luo T, Huang Y, Guo Y, Lian X. Risk factors associated with growth pain disorder in children: a systematic review and meta-analysis. Front Pediatr. 2026;14:1806380. doi:10.3389/fped.2026.1806380.
[4] Vehapoglu A, Turel O, Turkmen S, et al. Are Growing Pains Related to Vitamin D Deficiency? Efficacy of Vitamin D Therapy for Resolution of Symptoms. Med Princ Pract. 2015;24(4):332-338. doi:10.1159/000431035.
[5] Jain I, K A, Agarwal N, Nayak S, Jindal A. Does Vitamin D Deficiency Contribute to Growing Pains? A Case-Control Study. Clin Pediatr (Phila). 2026;65(2):196-202. doi:10.1177/00099228251379209.
[6] Champion GD, Bui M, Sarraf S, et al. Improved definition of growing pains: A common familial primary pain disorder of early childhood. Paediatr Neonatal Pain. 2022;4(2):78-86. doi:10.1002/pne2.12079.
[7] Smith M, Pacey V, Davies LM, Coventry J, Ilhan E, Williams CM. Assessments, diagnostic criteria and outcome measures for growing pains and persistent pain in the presence of restless leg syndrome in children: a scoping review. BMJ Open. 2025;15(12):e101989. doi:10.1136/bmjopen-2025-101989.
[8] Lehman PJ, Carl RL. Growing Pains. Sports Health. 2017;9(2):132-138. doi:10.1177/1941738117692533.
[9] Baxter MP, Dulberg C. “Growing pains” in childhood—a proposal for treatment. J Pediatr Orthop. 1988;8(4):402-406. doi:10.1097/01241398-198807000-00004.
