Dopo una frattura nei bambini serve la fisioterapia?

    15 agosto 2026
    7 min di lettura

    Scritto da Dott. Daniele Priano

    Dopo una frattura nei bambini serve la fisioterapia?

    Togliere il gesso è spesso vissuto come la fine della frattura. Poi il bambino prova a muovere il gomito, il polso o la caviglia e il quadro sembra meno rassicurante del previsto: l’articolazione è rigida, il muscolo appare più piccolo, il movimento è impacciato. Se è stata immobilizzata una gamba può comparire anche una zoppia evidente.

    Molti genitori, a quel punto, chiedono se sia il momento di iniziare fisioterapia.

    Nelle fratture pediatriche semplici, nella maggior parte dei casi, non è un passaggio automatico. Il bambino ha una capacità di recupero del movimento molto diversa da quella dell’adulto e una parte importante della rigidità post-immobilizzazione tende a ridursi con il normale utilizzo dell’arto. Questo però non vale allo stesso modo per ogni frattura e, soprattutto, non significa che qualunque recupero lento debba essere semplicemente aspettato.

    Un arto fermo per settimane cambia

    Dopo alcune settimane di immobilizzazione è normale che l’arto non sia uguale a prima. Il movimento articolare si riduce, il muscolo perde volume e il bambino può avere timore a usare la parte appena liberata dal gesso. Nell’arto inferiore cambia anche il modo di caricare e di camminare.

    Negli adolescenti con fratture di gamba o caviglia trattate in gesso è stata documentata anche una riduzione importante della massa minerale ossea dell’arto immobilizzato al momento della rimozione del gesso. In uno studio prospettico, le differenze rispetto all’arto sano variavano dal 6,2% al 31,7% a seconda della sede misurata; a 18 mesi non erano più rilevabili. [1]

    Quello che vediamo subito dopo il gesso è quindi anche l’effetto di settimane di disuso. Un arto più debole o più rigido non indica, da solo, una complicanza da trattare.

    Il gomito è un buon esempio

    Il gomito dopo una frattura sovracondiloidea può essere molto rigido quando vengono rimossi gesso ed eventuali fili di Kirschner. Questo non significa necessariamente che il recupero si sia bloccato.

    Un trial randomizzato ha confrontato 61 bambini tra 5 e 12 anni trattati per frattura sovracondiloidea, con o senza sintesi percutanea, e immobilizzati per circa tre settimane. Una parte ha eseguito un ciclo standardizzato di fisioterapia, l’altra no. Non sono emerse differenze nel recupero del movimento del gomito; il gruppo senza fisioterapia aveva anzi punteggi funzionali migliori nelle prime valutazioni, mentre a distanza i risultati erano sovrapponibili. [2]

    Questo studio riguarda una situazione precisa e non va esteso a qualsiasi trauma del gomito. Mostra però bene perché, in un bambino con una frattura non complicata e un trattamento regolare, vedere un gomito rigido il giorno in cui si toglie il gesso non basta per prescrivere automaticamente fisioterapia.

    Anche i tempi di recupero aiutano a mettere la rigidità iniziale nella giusta prospettiva. In una serie che ha seguito bambini con fratture sovracondiloidee e del condilo laterale, per raggiungere circa il 90% del movimento del lato sano sono servite mediamente diverse settimane dopo la fine dell’immobilizzazione, soprattutto per flessione ed estensione. [3]

    Il movimento quindi può tornare progressivamente, non necessariamente nei primi giorni.

    Anche per la mano “fare di più” non è sempre meglio

    Un altro studio randomizzato ha valutato 120 bambini con fratture semplici di falangi o metacarpi che presentavano rigidità dopo il gesso. Tutti ricevevano indicazioni ed esercizi da eseguire autonomamente; metà veniva inoltre seguita con terapia individuale della mano. Per uno degli endpoint principali, il recupero della flessione completa, il programma domiciliare è risultato non inferiore alla terapia individuale. Per altre misure del movimento il risultato era meno netto. [4]

    Non dimostra che la fisioterapia della mano sia inutile. Suggerisce piuttosto che anche quando una certa rigidità è presente, la sua sola presenza non identifica necessariamente il bambino che trarrà beneficio da un trattamento riabilitativo strutturato.

    Quando il problema è la gamba

    Con l’arto inferiore il quadro è un po’ diverso, perché oltre al movimento articolare bisogna recuperare carico, forza e schema del passo.

    Dopo la rimozione di un gesso un bambino può inizialmente camminare male, appoggiare poco il piede, tenere il ginocchio più rigido oppure ruotare l’arto per sentirsi più sicuro. Quanto sia accettabile dipende dalla frattura, dall’età e da quanto tempo il bambino è rimasto senza caricare.

    Dopo immobilizzazioni importanti il recupero può richiedere tempo. In una serie recente di bambini sotto i 6 anni trattati con gesso pelvi-podalico per frattura diafisaria di femore, il 71% aveva ripreso a camminare entro un mese dalla rimozione del gesso. [5] È una frattura molto diversa da una semplice frattura di tibia o di caviglia, quindi il dato non fornisce un tempo “normale” valido per tutti. Fa vedere però quanto il ritorno alla marcia possa proseguire nelle settimane successive alla fine dell’immobilizzazione.

    Qui il controllo clinico conta più della fretta di normalizzare il passo. Una zoppia che si riduce progressivamente mentre aumentano carico e sicurezza è diversa da una zoppia che resta identica, peggiora o si associa a dolore importante.

    Quando la fisioterapia diventa più utile

    Ci sono situazioni nelle quali aspettare il solo recupero spontaneo è meno convincente.

    Una rigidità importante che non mostra alcun miglioramento nel tempo merita una nuova valutazione. Nella mia pratica, se a 20–30 giorni dalla rimozione del gesso è ancora presente una limitazione significativa del movimento o della funzione, tendo a prescrivere fisioterapia. Prima di quel momento, nelle fratture semplici e con un recupero che procede, preferisco spesso lasciare spazio al recupero spontaneo. Lo stesso ragionamento cambia se il bambino continua a non utilizzare l’arto nonostante la frattura sia consolidata e il carico o il movimento siano stati autorizzati, oppure se il trauma ha coinvolto articolazioni e tessuti molli in modo più complesso.

    Anche la durata dell’immobilizzazione conta. Tre settimane di gesso per una frattura semplice del gomito non sono la stessa cosa di un’immobilizzazione lunga dopo una lesione articolare complessa, un intervento chirurgico o un trauma associato. In questi casi la fisioterapia può essere utile per recuperare mobilità, forza, coordinazione e fiducia nell’uso dell’arto, con obiettivi che vanno definiti sul singolo problema.

    Prima di aumentare gli esercizi, però, bisogna essere sicuri che il limite sia davvero riabilitativo. Dolore che aumenta, gonfiore persistente, deformità, nuovo rifiuto del carico, perdita di movimento dopo un iniziale miglioramento o altri sintomi non spiegati richiedono prima una rivalutazione della frattura e della sua guarigione.

    Togliere il gesso non significa essere già pronti per lo sport

    C’è infine una distinzione che spesso crea confusione. Recuperare il movimento nella vita quotidiana e tornare allo sport non sono la stessa cosa.

    Un bambino può muovere bene il polso o camminare senza zoppia e avere comunque bisogno di altro tempo prima di correre, saltare, cadere sull’arto o riprendere uno sport di contatto. La decisione dipende dal tipo di frattura, dal consolidamento, dalla sede e dal rischio di un nuovo trauma; non dalla sola sensazione che l’arto “sia tornato normale”.

    Per molte fratture pediatriche il passaggio dopo il gesso è quindi più semplice di quanto ci si aspetti: movimento progressivo, gioco, attività quotidiane e ritorno graduale all’uso dell’arto possono essere già una parte efficace del recupero. La fisioterapia ha un ruolo importante quando c’è un problema da correggere, non necessariamente perché per alcune settimane c’è stato un gesso.

    Riferimenti bibliografici

    [1] Ceroni D, Martin XE, Delhumeau C, et al. Recovery of decreased bone mineral mass after lower-limb fractures in adolescents. J Bone Joint Surg Am. 2013;95(11):1037-1043. doi:10.2106/JBJS.L.00809.

    [2] Schmale GA, Mazor S, Mercer LD, Bompadre V. Lack of Benefit of Physical Therapy on Function Following Supracondylar Humeral Fracture: A Randomized Controlled Trial. J Bone Joint Surg Am. 2014;96(11):944-950. doi:10.2106/JBJS.L.01696.

    [3] Wang YL, Chang WN, Hsu CJ, Sun SF, Wang JL, Wong CY. The recovery of elbow range of motion after treatment of supracondylar and lateral condylar fractures of the distal humerus in children. J Orthop Trauma. 2009;23(2):120-125. doi:10.1097/BOT.0b013e318193c2f3.

    [4] Tan C, Depiazzi J, Bear N, Blennerhassett L, Page R, Gibson N. Exercise handout and one-on-one hand therapy for management of stiffness after plaster cast immobilization of simple phalangeal and metacarpal fractures in children: a randomized, noninferiority trial. J Hand Ther. 2021;34(3):423-432.e7. doi:10.1016/j.jht.2020.03.017.

    [5] de Charnace E, Bunetel IL, Haas M, et al. Socio-professional impact of the hip spica cast for femoral shaft fracture management in children under six. Orthop Traumatol Surg Res. 2026;112(1):104556. doi:10.1016/j.otsr.2025.104556.

    Disclaimer: contenuto a scopo informativo generale. Non sostituisce una valutazione medica individuale.

    Dott. Daniele Priano

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