Radiografie nei bambini: fanno male? Una spiegazione chiara, senza allarmismi

    20 maggio 2026
    7 min di lettura
    Radiografie nei bambini: fanno male? Una spiegazione chiara, senza allarmismi

    “Dottore, ma tutti questi raggi fanno male?”

    È una delle domande più frequenti quando si parla di radiografie nei bambini.

    Ed è una domanda giusta.

    Le radiografie utilizzano radiazioni ionizzanti. Non sono quindi un esame da fare “tanto per vedere”. Nei bambini, inoltre, la prudenza deve essere ancora maggiore: i tessuti in crescita sono più sensibili rispetto a quelli dell’adulto e un bambino ha davanti a sé molti più anni di vita [1].

    Detto questo, la paura dei raggi va messa nella giusta proporzione.

    Una radiografia eseguita con una corretta indicazione, con protocolli pediatrici e con apparecchiature moderne comporta in genere dosi molto basse. Nella maggior parte delle situazioni ortopediche pediatriche, il beneficio diagnostico è nettamente superiore al rischio teorico [1,2].

    La domanda non è “i raggi fanno male?”

    La domanda corretta è:

    “Questa radiografia serve davvero?”

    In medicina non esiste un esame completamente “neutro”. Anche un esame senza radiazioni può avere limiti, tempi, costi, necessità di sedazione o il rischio di dare informazioni non utili.

    Per le radiografie il ragionamento è questo:

    • se l’esame non cambia la gestione del bambino, meglio evitarlo

    • se l’esame può confermare una diagnosi, guidare una terapia o evitare un errore, allora può essere appropriato

    • se esiste un’alternativa altrettanto valida senza radiazioni, come ecografia o risonanza magnetica, va considerata [1,2]

    Questo principio si chiama “giustificazione”: ogni esposizione radiologica deve avere una ragione clinica.

    Il secondo principio è “ottimizzazione”: quando la radiografia serve, va fatta con la dose più bassa possibile compatibile con un’immagine utile [1,2].

    Perché in ortopedia pediatrica si fanno radiografie?

    In ortopedia pediatrica la radiografia è spesso un esame semplice, rapido e molto informativo.

    Può servire per valutare:

    • una sospetta frattura

    • l’allineamento di un arto

    • la guarigione dopo un trauma

    • una displasia dell’anca

    • una scoliosi

    • una deformità del piede o del ginocchio

    • il corretto posizionamento di mezzi di sintesi o tutori post-operatori

    La visita clinica resta fondamentale, ma in molti casi non basta.

    Un esempio semplice: se un bambino cade e non appoggia il piede, la visita può orientare molto. Ma se sospettiamo una frattura, la radiografia può cambiare completamente la gestione: gesso, tutore, controllo, eventuale riduzione, tempi di carico.

    In questi casi non fare la radiografia “per paura dei raggi” può essere più rischioso che farla.

    Quante radiazioni prende davvero un bambino?

    Qui bisogna fare molta attenzione, perché i numeri possono variare in base a:

    • distretto anatomico

    • numero di proiezioni

    • età e corporatura del bambino

    • apparecchiatura utilizzata

    • protocollo tecnico

    • necessità o meno di ripetere l’immagine [1,3]

    Però alcuni confronti aiutano a capire l’ordine di grandezza.

    Tutti noi assorbiamo ogni giorno una piccola quantità di radiazioni naturali: dal suolo, dall’aria, dai raggi cosmici, da alcuni alimenti. Nel Regno Unito, per esempio, l’esposizione naturale media viene stimata intorno a 2,7 mSv all’anno [4].

    A confronto, molte radiografie standard hanno dosi molto basse.

    Questa tabella non va letta come una “calcolatrice” valida per ogni bambino. Serve a dare una proporzione.

    Il messaggio è: una radiografia semplice di un arto non è paragonabile automaticamente a una TAC, ma nemmeno tutte le TAC sono uguali.

    Una TAC del torace o dell’addome ha un impatto radiologico molto diverso da una TAC molto mirata di ginocchio o caviglia. Nelle TAC muscoloscheletriche degli arti inferiori, soprattutto con protocolli moderni e campo limitato, la dose efficace può essere relativamente bassa, in particolare per ginocchio e caviglia [11].

    Il punto non è demonizzare la TAC.

    Il punto è usarla quando serve davvero.

    L’esempio del volo aereo

    Il paragone con i viaggi aerei può aiutare molto i genitori.

    Quando voliamo ad alta quota siamo meno protetti dall’atmosfera e riceviamo una piccola dose di radiazioni cosmiche. Un volo transatlantico può esporre a una dose intorno a 0,08 mSv [4].

    Questo valore è superiore alla dose indicativa di molte radiografie semplici, per esempio di mano, piede o altre estremità [3,4].

    Naturalmente non significa che “allora i raggi non contano”. Significa che dobbiamo ragionare in termini realistici.

    Una radiografia inutile va evitata.

    Una radiografia utile, invece, non dovrebbe spaventare più di quanto spaventi prendere un aereo per andare in vacanza.

    I bambini sono davvero più sensibili?

    Sì.

    Questo punto è importante e non va nascosto.

    La FDA sottolinea tre motivi per cui la radioprotezione pediatrica richiede più attenzione:

    • i bambini sono più radiosensibili degli adulti

    • usare impostazioni “da adulto” su un bambino può portare a una dose non necessaria

    • i bambini hanno una maggiore aspettativa di vita, quindi un orizzonte temporale più lungo per eventuali effetti tardivi [1]

    Per questo le radiografie pediatriche devono essere eseguite con protocolli specifici per età, corporatura e distretto anatomico [1,2].

    È anche il motivo per cui non ha senso chiedere “quante radiografie si possono fare al massimo?”.

    Non esiste un numero magico.

    Conta molto di più capire:

    • quali radiografie sono state fatte

    • su quale parte del corpo

    • con quale indicazione

    • con quale dose

    • se erano davvero necessarie

    • se alcune possono essere evitate o sostituite in futuro

    Il principio ALARA: pochi raggi, ma immagine utile

    In radiologia pediatrica si usa spesso il principio ALARA: “As Low As Reasonably Achievable”, cioè la dose più bassa ragionevolmente ottenibile [1,2].

    Attenzione però: ALARA non significa “immagine brutta pur di usare meno dose”.

    Significa usare la minima dose necessaria per ottenere un’immagine diagnostica.

    Una radiografia troppo scadente può non rispondere alla domanda clinica e costringere a ripetere l’esame. Questo sarebbe il contrario della radioprotezione.

    Per ridurre davvero la dose servono:

    • indicazione corretta

    • proiezioni limitate a quelle necessarie

    • collimazione precisa, cioè campo radiografico ristretto alla zona da studiare

    • immobilizzazione adeguata nei bambini piccoli

    • protocolli pediatrici

    • controllo della qualità dell’immagine [2,6]

    “Ma perché non mettete più sempre il grembiule di piombo?”

    Questa domanda sta diventando sempre più frequente.

    Per molti anni le schermature di piombo sono state usate quasi automaticamente. Oggi, però, molte società scientifiche hanno rivisto questa abitudine.

    Il motivo è semplice: con le apparecchiature moderne, la schermatura di routine spesso aggiunge poco in termini di protezione reale e, se posizionata male, può coprire una parte importante dell’immagine o interferire con i sistemi automatici di esposizione [2,7,8].

    Il rischio pratico è dover ripetere la radiografia.

    E ripetere una radiografia significa aumentare la dose, non ridurla.

    Per questo l’uso del piombo oggi non è più automatico: va deciso caso per caso, in base al tipo di esame e alla zona da studiare [2,7].

    Questo può sembrare controintuitivo ai genitori, ma è uno dei cambiamenti più importanti della radiologia moderna.

    Radiografia, TAC, risonanza ed ecografia: non sono la stessa cosa

    È utile distinguere bene.

    La radiografia usa radiazioni ionizzanti, ma di solito a dose bassa.

    La TAC usa radiazioni ionizzanti e, in molti distretti, comporta una dose più alta rispetto a una radiografia. Va quindi riservata a indicazioni più selezionate.

    Detto questo, è importante non fare terrorismo sulla TAC.

    Una TAC mirata di un arto inferiore, per esempio ginocchio o caviglia, può avere una dose molto più bassa rispetto a una TAC del torace, dell’addome o del bacino. In uno studio del 2025 su TAC muscoloscheletriche degli arti inferiori, l’introduzione di protocolli con tin-prefiltration ha ridotto la dose efficace mediana del 71% per il ginocchio e del 60% per la caviglia, arrivando rispettivamente a circa 0,06 mSv e 0,02 mSv negli esami analizzati [11].

    Quindi la TAC non è “sempre pericolosa”.

    È un esame più impegnativo della radiografia, da usare con criterio, ma in alcune situazioni ortopediche è estremamente utile: fratture articolari complesse, pianificazione chirurgica, malformazioni ossee, valutazione tridimensionale di deformità o casi in cui la radiografia non risponde alla domanda clinica.

    L’ecografia non usa radiazioni ionizzanti ed è molto utile in molti contesti pediatrici, per esempio nell’anca del neonato o in alcune valutazioni dei tessuti molli.

    La risonanza magnetica non usa radiazioni ionizzanti, ma richiede più tempo, collaborazione e talvolta sedazione nei bambini più piccoli.

    Dott. Daniele Priano

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